STORIE DI SCARTI: gli oggetti di design nati dagli sfridi del marmo
Il marmo non è solo pietra. È storia, identità, territorio. Lavorarlo significa soprattutto ascoltarlo: nelle sue venature, nei suoi tagli imperfetti, nei suoi frammenti.
È esattamente questa la consapevolezza che volevamo trasmettere agli studenti e alle studentesse dell’Accademia di Belle Arti di Lecce, quando abbiamo avviato questo lungo progetto con Archiplan e li abbiamo invitati a confrontarsi da vicino con il materiale che rappresenta un po’ l’anima della nostra azienda.
I ragazzi e le ragazze avevano una missione: elaborare un progetto che sarebbe poi diventato un complemento d’arredo di design, un oggetto che valorizzasse l’identità locale e che fosse vicino a un approccio di design sostenibile, perché sarebbe stato realizzato con gli sfridi.
E proprio gli sfridi di lavorazione, ossia gli scarti che, di norma, nel ciclo produttivo tradizionale vengono dimenticati, sono stati trasformati in oggetti di design.
Gli sfridi conservano una memoria importante, territoriale e minerale, e quello fatto dagli studenti e dalle studentesse è stato un vero atto di riconoscenza verso il marmo e la sua storia.



Come è andata?
Tra le 30 proposte ricevute, con la commissione esaminatrice – composta dall’arch. Laura BASCO, funzionario Soprintendenza Lecce; l’arch. Danilo PASTORE, architetto e designer; l’arch. Raffaele BAGLIVI, architetto e scrittore; l’arch. Rosaria COPETA, designer e prof.ssa di Design presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia e Marmi Bianco, con Luca, Luana e Claudio Bianco – ne abbiamo selezionate 5 da prototipare in marmo, tenendo conto dei requisiti dati dalla prof.ssa arch. Stefania Galante, quali:
✔️ idea
✔️ design & sostenibilità
✔️ funzionalità
✔️ legame con il territorio



Da qui è partito un iter durato mesi, durante il quale abbiamo discusso e ci siamo confrontati: prima di passare alla fase pratica, infatti, era importante analizzare insieme le criticità e valutare eventuali aggiustamenti da apportare, continuando a salvaguardare ogni singolo progetto iniziale.
Dopo aver definito dimensioni e materiali da utilizzare, abbiamo dato il via alla fase produttiva direttamente nel nostro laboratorio.
In questo articolo raccontiamo ciascuna delle cinque opere, attraverso le parole dei giovani designer e un commento tecnico della lavorazione del marmo.
DOLCE MARMO
“Entri in un bar, chiedi un pasticciotto e, di solito, arriva su un piattino da cappuccino coperto con un tovagliolino o su un piatto piano su cui non ha stabilità.
Come servirlo per rendergli giustizia?
DOLCE MARMO risolve questo quesito: è un piatto realizzato con materiali di scarto, pensato proprio per esaltare il pasticciotto, prodotto simbolo della tradizione salentina.
La bellezza e l’eleganza del marmo contribuiscono a rendere questa dolce esperienza ancora più raffinata”.
Federico Mercuri
Dal punto di vista tecnico, abbiamo davanti un progetto semplice ed efficace, un prodotto perfettamente in linea con il riutilizzo degli scarti di qualsiasi tono e colore. Un suo punto di forza? Le forme dolci ed eleganti, proprio come quelle del nostro pasticciotto.


OPHIDIA
“Il mio progetto trae ispirazione dalle torri costiere, elementi storici e distintivi del nostro territorio. In particolare, dalla Torre del Serpe, che mi ha sempre attratto per la sua storia e la sua forma particolare.
La leggenda locale narra che un tempo venisse utilizzata come faro per guidare i viandanti marittimi. Tuttavia, ogni notte, la luce inspiegabilmente si spegneva. Preoccupati, i cittadini sorvegliarono il faro scoprendo che un serpente gigante saliva dal fondale marino per bere l’olio che alimentava la fiamma. Non fece una buona fine: morì ucciso dopo un’imboscata, ma venne vendicato dalla sua compagna di vita la quale, salendo sulla torre, la avvolse così forte fino a distruggerla quasi del tutto.
Infatti, la torre è “rotta”, ma nonostante questo, è diventata un elemento distintivo del paesaggio salentino. È stato proprio questo a farmi riflettere sull’idea di scarto, di imperfezione e su come rendere questi elementi un valore aggiunto, di unicità.
Da qui è nata l’idea di creare un porta rotolo in marmo, che riprendesse le forme sinuose della torre e, con le venature del marmo, le crepe del tempo.
E proprio il marmo, frutto di anni di processi metamorfici, diventa l’emblema del messaggio. Ogni pezzo di marmo è unico e inimitabile, proprio come la torre e la sua storia.
Grazie all’azienda Marmi Bianco per avermi coinvolta con entusiasmo e dedizione in ogni fase del processo, grazie per avermi dato l’opportunità di realizzare una mia idea in tempi così rapidi e, infine, grazie anche alla professoressa Stefania Galante”.
Nicole De Benedetto
Dal punto di vista tecnico, il progetto, formato da pezzi di differente colore e spessore, diventa un perfetto riutilizzo degli scarti, lavorati e sagomati con macchina CNC e successivamente assemblati tra loro. È un prodotto dai forti tratti artigianali.
Viste le dimensioni e la forma, rifinitura e lucidatura sono fatte manualmente.


PADDOTTULA
“Quando ho scoperto che il tema del progetto era “territorio + sfridi”, ho pensato subito alla mia Sicilia. Da buona siciliana, adoro gli arancini, ma ora si dice che siano troppo complicati da fare in casa.
Perché, allora, non creare uno strumento che aiuti a prepararli, ma che abbia anche un significato profondo?
Ho fatto un tuffo nel passato e ho scoperto che durante le guerre erano cibo da viaggio perché facili da conservare e trasportare. Quando ho osservato i vecchi cannoni del Castello di Milazzo, mia città natale, è scattata la scintilla: “eccola la forma giusta!”.
L’ho reso funzionale ispirandomi agli stampi della frutta Martorana e poi ci ho aggiunto un piccolo proiettile per fare l’incavo dove mettere il ragù.
Il momento più bello? Quando ho visto il prototipo lavorato da Marmi Bianco: la pietra lucida che prendeva forma e quella sensazione di avere tra le mani qualcosa che non era solo un oggetto, ma un racconto, un gesto, un ponte tra passato e presente”.
Ilaria Salmeri
Dal punto di vista tecnico, questo è un progetto autentico e con un forte legame territoriale. È stato realizzato con la pietra Lavica, estratta nelle aree vulcaniche della Sicilia, difficile da lavorare per via della sua durezza. Tutti i dettagli e le diverse scanalature sono stati rifiniti e levigati manualmente.


VOLIAPRESS
“È partito tutto come una sfida: progettare un oggetto che parlasse davvero del mio territorio, con costi minimi e materiali di recupero.
All’inizio non è stato semplice. Poi, ho iniziato a osservare Martano con occhi diversi e ho notato le strade, le pietre, le feste. E su quest’ultime mi sono soffermata. Su una, in particolare, la Sagra della Volia Cazzata. È una festa esclusiva, dove ogni anno si ripete un gesto semplice e antico: schiacciare le olive, come si faceva un tempo.
Ho voluto dare forma e dignità a questo “rito” con uno schiaccia-olive ispirato al frantoio ipogeo di Martano. Attualmente non esistono strumenti in grado di schiacciare le olive, vengono ancora utilizzati pietre e utensili improvvisati.
Ecco perché nasce Voliapress: ho voluto che fosse semplice, funzionale, ma con un’anima forte, profondamente legata alla mia terra. Ho provato una grande emozione quando l’ho visto realizzato in marmo: quel pezzo, nato da uno scarto, era più di un oggetto, era la mia idea diventata forma, finalmente tangibile e concreta”.
Matilde Luperto
Dal punto di vista tecnico, questo progetto è composto da due parti: la base, fatta con un unico blocco scavato con macchina CNC, e la parte superiore assemblata e ancorata per una buona impugnatura e durata. Si può realizzare in diversi colori ed è perfettamente in linea con il riutilizzo dello scarto.


XILEMMA
“Xilemma nasce dal desiderio di raccontare il Salento e la Puglia attraverso uno dei suoi simboli più profondi e oggi più fragili: l’ulivo.
Dopo una riflessione fatta sul nuovo logo della Regione Puglia, nel quale gli ulivi non ci sono più, ho avviato un’indagine che ha unito design, memoria e territorio.
Una delle sfide più grandi di Xilemma è stata lavorare con gli scarti di marmo prodotti dall’azienda stessa. Trasformare un materiale di scarto in risorsa ha rappresentato non solo un vincolo tecnico e produttivo, ma anche un’occasione progettuale per riflettere sul valore della materia, sul riuso e sulla sostenibilità̀.
Ho scelto un tagliere per due motivi: il marmo si presta perfettamente all’uso in cucina e il cibo è uno degli elementi più rappresentativi dell’identità̀ pugliese.
È stato realizzato con scarti di marmo provenienti dall’azienda, selezionati anche grazie a una color analysis basata su tre fasi dell’ulivo: quello sano, con toni bianchi e argentati; quello infetto, con toni bruni e grigi; e quello morto o bruciato, con neri e cenere.
Il nome Xilemma? È un gioco di parole tra “xylella”, il batterio che colpisce lo xilema, il tessuto che trasporta la linfa vitale negli alberi, e “dilemma”, per racchiudere il contrasto tra vita e distruzione.
Non è solo un nome tecnico, ma un vero e proprio nodo semantico che racchiude l’essenza del progetto: un oggetto che nasce da ciò che resta, per raccontare ciò che rischiamo di dimenticare”.
Alessia Manni
Dal punto di vista tecnico, abbiamo unito due materiali dai colori molto caldi, intarsiando con macchina CNC lo scuro del marmo Emperador Dark all’interno del Bianco Perlino.
La lavorazione permette di personalizzare i colori e donare al prodotto un aspetto differente e, al tempo stesso, di usare lo scarto disponibile.
LA MOSTRA
Dal 17 al 27 luglio, Al Baffo di Lecce ha ospitato una piccola mostra, figlia di 𝗦𝘁𝗼𝗿𝗶𝗲 𝗱𝗶 𝗦𝗰𝗮𝗿𝘁𝗶, pensata per dare lustro all’idea, alla progettazione e a tutto l’iter di prototipazione condiviso con i ragazzi e le ragazze dell’Accademia.
Questi cinque oggetti di design sono nati da giovani menti e da mani guidate dall’ascolto della materia. Abbiamo scelto di lavorare con gli sfridi di marmo non solo per una questione di sostenibilità, ma anche per un principio più profondo: trasformare lo scarto in valore, il residuo in forma e scoprire che basta guardare meglio ciò che abbiamo già tra le mani per scrivere una nuova storia.





